IL CRISTO ALLA COLONNA (VENERDI' SANTO 1887)

Le campane legate tacciono: Bronte sembra affogato in un mare di silenzio. Siamo al venerdì, il venerdì del crucifige e della morte di chi venne a riscattare col proprio sangue, il genere umano, fin allora soggetto alla schiavitù del demonio.
Tutto il paese, la mattina, s'è riversato nella chiesa madre. La folla immensa, schiacciantesi, opprimentesi, piange, sin­ghiozza, freme, delira secondo i vari atteggiamenti immani del predicatore, che, col crocifisso schiodato, dinoccolato nelle braccia, arrivando al punto più culminante e più meraviglioso del quaresimale, racconta in sette parti, furibondo, fuori di sè, esasperatamente, come iena ferita, la passione di Nostro Signore.
Ora, però, nelle ultime ore del giorno, centro d'affluenza è la chiesa dell'An­nunziata, da dove, tra breve, uscirà in processione il Cristo alla Colonna.
Lunga, interminabile la processione. Mai nelle altre feste solenni, tutte le altre confraternite accorrono così nume­rose, così compatte, con tanta devozione e compunzione.
E pure non sfoggiano le loro mute fastose, una vera orgia di colori; non sfog­giano le belle mantiglie, i belli stendardi dorati; i grossi ceri intorno a cui, come intorno al tirso leggendario, s'inerpicano mazzi odoranti di rose, garofani e viole.
Vestono, invece, come vestono tutti i giorni, in segno di lutto: cogli abiti d'albaggio o di velluto, secondo i ceti; con una corona di spine… incruenta sul capo; in mano portano una disciplina leggera d'acciaio, colla quale si percotono le spalle.
Anticamente moltissimi, con pezzetti di vetro rotto e tagliente, si dilacera­vano a sangue il petto scoperto.
Cosi anche i preti, senza pompeg­giarsi nei loro paramenti lussureg­gianti, nelle loro cotte ricamate, nelle loro stole ricchissime. Questa volta vanno nel loro nero e severo abito talare, semplicemente.
I giovanetti delle scuole, sloggianti le ultime glorie delle divise, de' cheppì, delle sciarpe e delle sciabole della guardia nazionale, aprono il corteo preceduti dal rullo continuo, insi­stente, urtante, de' tamburi: rappresentano, poveri innocenti, i giudei tiranni ed assassini.
Lungo il corteo, di tanto in tanto e nell'in­ter­vallo di due confraternite, appare un mistero in perfetto costume orientale.
Prima Gesù incatenato e languente in mezzo ad una quantità di giudei, dav­vero giudei perchè rappresentati dalle facce più patibolari e vestiti di rosso scarlatto. Più in là, un altro Gesù ricurvo sotto il peso della grande croce, che sale il Calvario: il Cireneo, pietoso, lo aiuta a portarla per la punta di dietro.

Più in là ancora l'Ecce Homo, rappresentato da un ragazzone magrissimo, nudo, soltanto coperte le parti pudende da una striscia di tela rossa, a piè scalzi, qua e là macchiettato di carminio nelle carni vive - le ferite sangui­nolenti - con la famosa canna stretta tra le braccia e il petto.
In vari punti per l'aria greve risuona il mestissimo Stabat, cantato dalle voci delle confraternite e del clero. Meglio di tutti cantano i villani. Che slancio! Che strazio! Ch'e vellutamento! Che sentire profondo!
Da lontano, intanto, s'ode qualche squillo della marcia funebre, sonata dalla banda pur essa senza divisa, in segno di lutto.
Il santo Cristo si avvicina.
Un sommesso bisbiglio s'alza dalla folla stipata lungo le strade, nelle piazze, nelle finestre, nei balconi, nei ballatoi: tutti, come elettrizzati, si rivoltano in fondo, ansiosamente.
Le donne, in particolare, si commuo­vono o fin­gono di commuoversi fino alle lacri­me: qualche vecchio o qualche vecchia piange davvero.
- Viva la misericordia di Dio! Vivaaaa…
Ancora da lontano comincia a distinguersi la bara slanciata sur una massa di teste ondeg­gianti: di quelli che la portano sulle spalle appajono solo le teste dimenantisi e consperse di sudore.
Qualcuno distingue il Cristo alla Colonna sotto l'ampio padiglione di legno dipinto e sostenuto da quattro assi a spirale, ai quali stanno attaccate e pendono, gloriose primizie, le prime spighe di grano e le prime corna di fave verdi: ringraziamento cotesto per le beneficenze usate da Dio sino allora alle messi, e preghiera e voto insieme di usarne maggiori fino ai raccolto.
- Viva la misericordia di Dio! Vivaaaa…
Quando il Cristo alla Colonna s'è avvicinato quelli che piangevano davvero piangono di più, e quelli che piangevano per burla piangono davvero.
- Nostro Signore s'è ridotto a quello stato per noi, per noi miseri mortali è pecca­tori! Dateci almeno la grazia di piangervi, o Signore Iddio.
E piangono e gli mandano baci devoti colle mani e colle mani agitano i fazzoletti bian­chi in atto di volergli toccare e sanare le carni illividite.
Un'onda accalcata di popolo, dopo la ma­gistra­tura in coda di rondine, segue ansimante la bara.
Il Cristo alla colonna è miracoloso. Lo scolpì un pastore ignorante su un vecchio tronco di quercia schiantato dal fulmine. Non tornii egli usò, non pialle, nè scalpelli, nè lime. Usò solamente la piccola accetta, che portava sempre appesa alla cintura, e il coltello con cui tagliava quotidianamente il suo pane nero e durissimo.

- Testo a cura di Giuseppe Cimbali, tratto da "Terra di Fuoco – Leggende siciliane", , Euseo Molino Editore, Roma 1887.
- Foto tratte dal sito "Etna Life".